ArteVino 2011

Date 1 giugno 2011

Mauro Ceglie. L’arte della scolpitura

A cura di Tino Gipponi

In Ceglie la sapienza del mestiere (non per niente il negligentemente un po’dimenticato maestro Francesco Messina l’aveva scelto come collaboratore) risulta combinata con l’attenta coscienza della capacità fabbrile propria dello scultore, dell’arte “per forza di levare” più che del modellare o “per via di porre”, tipica invece del coroplasta; tecnica, techné appunto come insieme di esercizio di abilità e di manualità, sapere della prassi, necessari a tener testa all’ispirazione, all’estro creativo, all’emozione poetica, per tradurre il tutto in linguaggio umano.
E’ un modo diverso di scolpire quello di Ceglie, antico, ossequente ancora alla “taglia diretta” del marmo, cominciando dallo “scattivare” l’asperità della materia per renderla libera dalle impurità e giungere alla “rinettatura” come rifinitura e politezza quasi a toglierle peso e durezza e far affiorare la pelle levigata (marmi o pietre) su cui la gànosis della patinatura si espande per far scivolare la luce delle superfici.
Aspetto tecnico, risultato artistico e modernità di visione, questo è il figurativismo semplificato di Mauro Ceglie, una sintesi della dialettica tra massa e gravità, vuoto e pieno, staticità e movimento, linearità e torsione nello spazio.
L’arte dello scolpire ha sempre sofferto di un fatto limitativo rispetto alla pittura e questo è di tutta evidenza nel vedere decurtato lo spazio a essa riservato nei musei, nelle gallerie, nel collezionismo stesso. Quasi un destino di arte meno apprezzata, con minor diffusione e attenzione.
La plastica sembra debba inconsapevolmente soffrire della sua fisicità, della pregnanza e della primarietà della materia da subito esibita in primo piano o, per altro verso, di essere troppo vincolata al dato esterno da rappresentare.
Mauro Ceglie ha scelto questa strada, certamente più impervia, per difenderla nella sua sovranità e, riandando all’antica controversia sulla “maggioranza delle arti”, per ritenerla nobile e non inferiore alla sorella pittura e questo indipendentemente da un’altra limitazione, quella cioè della scomodità del manufatto data dal maggior impaccio ambientale espositivo rispetto alla facile appendibilità del quadro sulle pareti di casa.